A sessant’anni dalla sua promulgazione, la Dichiarazione conciliare Nostra aetate si conferma uno snodo fondamentale per i rapporti tra il cattolicesimo, l’ebraismo e le altre fedi, rappresentando ancora oggi un faro di speranza di fronte alle guerre, alla crisi ambientale e al proliferare dei fondamentalismi. Per celebrare questo anniversario, tre Dicasteri della Curia romana — Dottrina della Fede, Promozione dell’Unità dei Cristiani e Dialogo Interreligioso — hanno pubblicato la Nota Un cammino di speranza, approvata da Papa Leone XIV. Il documento, firmato dai cardinali Víctor Manuel Fernández, Kurt Koch e George Koovakad insieme ai rispettivi segretari, traccia un bilancio del dialogo interreligioso dal Concilio ad oggi, riaffermando la ferma condanna della Chiesa verso ogni forma di discriminazione e persecuzione basata su razza, religione o condizione sociale.
Il testo risponde a una sfida cruciale del presente: come promuovere la fratellanza universale in contesti segnati da diversità culturale, secolarizzazione e violenza. Ripercorrendo la genesi di Nostra aetate, nata sulle ceneri della Shoah, la Nota ricorda la svolta storica del 1965, quando la Chiesa dichiarò di non rigettare nulla di ciò che vi è di vero e santo nelle altre religioni. Collegandosi anche alla Dignitatis humanae, il documento sottolinea l’inscindibilità tra dialogo e tutela della libertà religiosa per tutti, denunciando al contempo le persecuzioni che molte minoranze cristiane continuano a subire per mano di gruppi estremisti.
Ampio spazio è dedicato alla specificità del rapporto con l’ebraismo, fondato su radici comuni e su un’alleanza con Dio definita “irrevocabile”. Pur ribadendo la centralità di Cristo come unico redentore per la teologia cattolica, il Vaticano sottolinea il legame teologico indissolubile con il popolo ebraico e l’urgenza di una lotta comune contro l’antisemitismo. A tal proposito, la Nota ammette come i recenti conflitti in Medio Oriente abbiano messo a dura prova i ponti di comunicazione, rendendo ancora più necessario un lavoro costante di conoscenza e stima reciproca.
I frutti di questo decennale percorso si estendono tuttavia a molte altre tradizioni religiose — dall’Islam alle grandi fedi asiatiche e africane — attraverso progetti educativi, dichiarazioni congiunte e la quotidiana convivenza pacifica nei quartieri multireligiosi. I Dicasteri mettono in guardia da fenomeni come l’islamofobia, che cede alla tentazione di non distinguere il fondamentalismo dalla vita pacifica della maggioranza dei credenti musulmani, esprimendo gratitudine per le comunità cattoliche che hanno saputo praticare un’accoglienza sincera.
Con uno sguardo rivolto al magistero da Paolo VI a Leone XIV, il testo individua nei poveri e nei più vulnerabili la vera “bussola” per misurare la bontà di ogni iniziativa sociale, politica o religiosa. Non mancano le analisi sulle resistenze attuali: dalle paure di relativismo dottrinale ai pregiudizi storici, fino alla strumentalizzazione della fede per fini politici. Per superare tali ostacoli, la Santa Sede invita ad abbandonare le logiche di difesa o conquista per farsi “artigiani di pace”, ricordando che il dialogo non è una rinuncia alla propria identità, ma l’attuazione concreta del messaggio evangelico.