XV, Tempo Ordinario (Is 55,10-11; Sal 64 (65); Rm 8,18-23; Mt 13,1-23)
Per tre domeniche consecutive verranno proclamate le parabole del regno. Importante cogliere il contesto in cui sono inserite per intuirne il mistero. Seguono la solenne dichiarazione di Gesù: “Poi tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: ‘Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre” (Mt 12,48-50). Ecco, accogliere la parola significa diventare familiari di Dio, condividere i suoi segreti. Proprio quello che Gesù dirà alla fine di certe parabole: “prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,21). Non solo. Ma nel dare ragione del perché solo ora viene svelato il mistero del regno, Gesù annuncia: “Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!” (Mt 13,16-17). L’intelligenza si accende se è toccata da questa beatitudine. In altri termini, si è invitati a collocarci nella storia degli uomini che da sempre hanno ricercato verità e sapienza. Se il cuore non intravede le parole di Gesù come risposta agli aneliti più profondi e pressanti che gli uomini da sempre hanno coltivato, non può percepirne la densità, la potenza, la grazia. Il Figlio è inviato perché gli uomini conoscano la grandezza e la bellezza dell’amore del Padre per i suoi figli, di cui portano segreta nostalgia.
Facilmente però il cuore dell’uomo resta insensibile, perché distratto e attratto da molte cose, per cui resta come ingolfato e oppresso. Gesù riprende l’ammonizione del profeta Isaia, che segnala la condizione di un cuore che ascolta senza comprendere, guarda senza vedere, perché sceglie di rinnegare l’alleanza con il suo Dio: “Rendi insensibile il cuore di questo popolo, rendilo duro d’orecchio e acceca i suoi occhi, e non veda con gli occhi né oda con gli orecchi né comprenda con il cuore né si converta in modo da essere guarito (Is 6,10). Non sono parole di condanna, ma di esortazione. Seguono il racconto della visione della maestà di Dio, che sancisce la vocazione del profeta e inducono a credere ancora nella potenza salvatrice di Dio, che non rifiuta il popolo solo perché recalcitra. In effetti, se si considera l’insieme dei cap. 54 e 55 di Isaia, che concludono il cosiddetto Libro della consolazione, sono ben descritti i sentimenti di Dio davanti alla durezza di cuore del suo popolo, sentimenti che noi possiamo attribuire al seminatore della parabola di Gesù: “In un impeto di collera ti ho nascosto per un poco il mio volto; ma con affetto perenne ho avuto pietà di te, dice il tuo redentore, il Signore…. Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia… Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri” (Is 54,8.10; 55,8-9).
L’esempio che segue, quello della pioggia, che non cade sul terreno senza farla germogliare, è l’illustrazione della potenza della parola del Signore che si esprimerà con la promessa, mantenuta: “Voi dunque partirete con gioia, sarete ricondotti in pace” (Is 55,12). La generosità del seminatore, l’abbondanza del suo seminare, il suo non temere di sprecare il seme, alludono alla fedeltà di Dio alle sue promesse, comunque. La parabola è narrata mettendo in corrispondenza l’azione di Gesù che esce con l’azione del seminatore che esce: “Quel giorno Gesù uscì di casa … Ecco, il seminatore uscì a seminare”. Gesù, Verbo del Padre, lascia la gloria celeste e viene tra gli uomini, non solo seminando la Sua parola nei cuori, ma seminando Sé, Sua Parola Vivente, nei cuori. Il seminatore esce per svelare il volto del Padre che è misericordia per noi e per riunirci alla mensa del suo amore. Così c’è identità tra il seminatore e il seme, perché Colui che semina e la cosa che viene seminata è la stessa realtà, Gesù stesso. Ognuno è chiamato a far nascere e far crescere Gesù dentro il proprio cuore. E questo è il significato profondo della parabola. L’eredità del Regno è proprio Lui, quel Figlio dell’uomo che riunisce la famiglia degli uomini nella gioia del Padre che vuole la comunione con i suoi figli. Il compimento di umanità si trova nella corrispondenza con l’umanità di Gesù, che è il testimone dell’amore del Padre per tutti.
La parabola del seminatore, la prima delle sette parabole del regno, non è semplicemente la prima di una serie, ma quella che fa da perno, quella secondo la quale è da intendere tutta l’attività di predicazione di Gesù. L’infruttuosità dell’ascolto risalterà in tutta la sua drammaticità con lo scandalo della croce quando Gesù, non solo verrà rifiutato, ma vilipeso e tolto di mezzo. Rileggendo la parabola a partire dallo scandalo della croce capiamo che tutto ciò che si riferisce al Regno (il che significa: tutto ciò che ha attinenza al compimento dei desideri profondi del cuore nella vita) passa per l’accettazione della debolezza di Dio, che è più forte degli uomini. La fede è entrare nella ‘debolezza’ di Dio nel suo amore per noi. Alla fin fine, il dramma è che non riusciamo a cogliere il mistero di Bene che il Signore ci squaderna. Difficilmente entriamo nella beatitudine proclamata da Gesù: “beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano”, eco della preghiera di lode di Gesù: “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25).
È proprio in rapporto al frutto dell’essere quei piccoli che godono della bontà di Dio che possiamo intendere i vari tipi di terreno. Essi sono come le possibili condizioni di una conversione sempre più coinvolgente e radicale quando si ascolta la parola. Si parla di strada, di sassi, di spine, di terra buona. Perché la terra del cuore possa produrre il frutto sperato, ci sono tre passaggi da effettuare. Dobbiamo prima lasciare l’essere come la strada, terreno calpestato, quando diamo diritto d’accesso al cuore a qualsiasi pensiero, senza imparare a distinguere e a lottare per non andar dietro ad ognuno che passa e subire vessazioni di ogni tipo. Poi dobbiamo lasciare l’essere come i sassi, il terreno con poca terra, quando il cuore teme di soffrire per seguire il Signore, quando non ha fiducia nella sua promessa e cedendo a questa paura non conoscerà mai l’amore e la vita! Poi dobbiamo lasciare il terreno con le spine, il terreno infestato, quando nel cuore si fa sentire la resistenza al distacco da tutto ciò che momentaneamente ci alletta. Troppi beni finiscono per nascondere il vero Bene; le pretese impediscono al cuore di godere. Lavorando per non compromettere il cuore in cose che ritardano o addirittura soffocano i suoi aneliti più genuini, la terra diventa buona. Allora, la nostra umanità si fa trasparenza, come quella di Gesù, dell’amore del Padre per il mondo, fino a farne conoscere la bontà e attirare tutti alla sua lode.
Fratelli Contemplativi di Gesù