XIV domenica del Tempo Ordinario
(Zc 9, 9-10; Sal 144 (145); Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30)
Il brano evangelico di oggi è uno dei rari passi in cui Gesù rivela il suo mondo interiore, dentro un’emozione traboccante davanti alla gioia dei discepoli che raccontano al loro Maestro i prodigi avvenuti durante la missione di evangelizzazione che era stata loro affidata (cfr. Lc 10,17): “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”. È l’esultanza di fronte all’accondiscendenza di benevolenza del Padre per gli uomini. L’uomo può godere del fatto che Dio si approssimi a lui in Gesù. È semplicemente invitato a riconoscerlo, ad accoglierlo. Non deve conquistare Dio, che è già dalla sua parte. Tutto quello che gli è richiesto è di accogliere la rivelazione del suo amore. Ecco, i ‘piccoli’, contrapposti ai ‘dotti’, sono quelli che non cercano le condizioni possibili per una presenza accettabile di Dio; semplicemente, la godono.
La condivisione da parte di Gesù del compiacimento di Dio non allude semplicemente al fatto che a Dio piace rivelarsi ai piccoli, ma alla condizione essenziale perché Dio possa rivelarsi, come a dire: nella misura in cui ci si fa piccoli, Dio si rivela a noi. Qui si cela il segreto dell’obbedienza al Padre di Gesù, dell’obbedienza del discepolo al suo Maestro, dell’obbedienza della fede. L’esultanza di Gesù come del credente deriva da qui.
C’è un’insistenza speciale nelle parole di Gesù. Dice che tutto gli è stato dato, a tutti si rivolge. Quel ‘tutto’ è riferito al Regno di Dio e ai suoi segreti. Di quei segreti è l’unico depositario sia nel senso che solo lui li conosce intimamente sia nel senso che solo lui ce ne può rendere partecipi. Nessuno può conoscere la bontà di Dio se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Cosa significa? Dal momento che ai piccoli vengono rivelati i misteri del Regno, quel ‘colui al quale’ non può che alludere a chi è piccolo. La sfumatura di senso risulta essere questa: non si tratta semplicemente di accogliere la parola che dice Gesù ma di godere della Presenza che la sua parola benevola suscita. È la presenza semplicemente goduta che apre ai misteri del Regno. Così, ‘piccolo’ è colui che gode del Suo esserci, del Suo stare con noi, in intimità, senza perdersi in nessun altro pensiero o pretesa, proprio come i bambini che dipendono in tutto dal bene voluto loro. In questo senso risuona potente l’affermazione di Giovanni: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).
Per questo Gesù può parlare di ‘giogo dolce e peso leggero’. Non si tratta più tanto di portare il giogo della Legge, ma il suo giogo, vale a dire portare la fatica nella forza della sua presenza. Non per nulla, il brano parallelo di Luca finisce con la dichiarazione: “E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete” (Lc 10, 23-24). È da dentro quella beatitudine che si percepisce la presenza del Regno che viene, perché è rivelazione della misericordia benevolente di Dio. Come domandiamo nella preghiera del Padre nostro: venga il tuo regno! Venga il tuo regno in noi, si manifesti in noi, diventi godibile da noi, conquisti i cuori di tutti, perché tutti si ritrovino nella medesima lode dell’amore di Dio.
Il salmo responsoriale celebra la cosa dicendo: “appaga il desiderio di quelli che lo temono”, che l’antica versione greca e latina rende con “farà la volontà di quelli che lo temono”. Non è più l’abituale richiesta di compiere noi la volontà di Dio, ma la singolare constatazione che Dio fa la volontà di coloro che a lui si affidano. Qui si esprime tutto l’amore di Dio, qui si mostra la verità del suo Nome, come il salmo riprende dalla rivelazione sul Sinai dopo il peccato del vitello d’oro: “Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore” [in latino: patiens et multum misericors]. Non sono qualità di Dio, insieme ad altre; no, è la verità di Dio, è Dio in se stesso. E Gesù è venuto a far conoscere proprio il volto di Dio, quel volto, il vero volto di Dio. Se si pensa che il salmo 145 è composto di 150 parole, non si può non vederlo come il salmo conclusivo di tutto il salterio (a parte la dossologia finale dei salmi 146-150) e così non si può non constatare che tutta la preghiera dell’uomo tende a far entrare l’uomo nella benedizione del regno: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo” (Mt 25,34). Quel regno che Gesù dice essere il ‘ristoro per la vostra vita’.
L’antica colletta riassumeva in tre caratteristiche l’andar dietro a Gesù: ‘rendici poveri, liberi ed esultanti’. Poveri di tutto ciò che ci allontana dalla rivelazione del volto di misericordia di Dio per noi, liberi da tutto ciò che si oppone a quella rivelazione ed esultanti per tutto ciò che la consente. Ma giustamente ‘a imitazione del Cristo tuo Figlio’ perché, per quanto si sia desiderosi dei segreti di Dio, non si è disposti a riconoscerli dove si trovano, ad accettarli per quello che sono, a goderli per quello che comportano. Stare con il Signore Gesù è il modo migliore per riconoscere le vie di Dio, accogliere i suoi segreti e non illudere il nostro cuore. Per questo, per quanto strana suoni l’espressione, viene aggiunto ‘portando con lui il giogo soave della croce’. Nulla di più contrastante tra ‘soavità’ e ‘croce’. Ma quel ‘con lui’ cambia tutto.
Qui si comprende la promessa del ‘ristoro’ che ne consegue. Se non esiste via d’uscita alla fatica del vivere, è però possibile aprirsi alla grazia che la feconda. Se consideriamo il racconto della creazione nel libro della Genesi, scopriamo che Dio: “cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto” (Gn 2,2). L’espressione ‘cessare da ogni lavoro’ corrisponde a ‘riposare’. Ora, ‘riposare’, ‘riposo’, non sono concetti negativi, ma intrinsecamente positivi. Ciò che rende completa la creazione è quel ‘riposo’, sinonimo di pace, armonia, felicità, pienezza, vita eterna. Il termine greco usato nella Bibbia dei LXX per rendere ‘riposo’ è lo stesso che viene usato per le parole di Gesù: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. Il ‘ristoro’ che dà Gesù è quel ‘riposo’ che caratterizza la completezza della creazione. Ciò significa che Gesù costituisce davvero il compimento della nostra umanità; che in lui la nostra umanità si compie, si realizza e si ‘riposa’ (cfr. Mt 5,5). Non solo, ma che le caratteristiche del cuore di Gesù, mitezza e umiltà, costituiscono la cifra dello splendore dell’amore che ‘soddisfa’ il cuore dell’uomo. La dolcezza e leggerezza della legge evangelica derivano da qui, sebbene all’inizio e ad uno sguardo superficiale la legge evangelica appaia fin troppo esigente, come del resto altri passi del vangelo dichiarano senza reticenze.
Fratelli Contemplativi di Gesù