DAL 1967 AL 2007
A cura dell’Archivio Storico della Diocesi di Locri – Gerace
e della Commissione Giustizia e Pace don Giorgio Pratesi (anno 1996)
Relazione di sintesi 15 maggio 2026 a cura del can. Antonio Finocchiaro, Direttore dell’Archivio Storico della Diocesi di Locri – Gerace
Quando si parla della mafia nella Locride, troppo spesso si rischia di ridurre tutto a una semplice cronaca criminale, a un elenco di omicidi, a una sequenza di fatti di sangue apparentemente scollegati. Ma il lungo elenco delle vittime della mafia nella Locride tra il 1967 e il 2007 di 307 vittime, ci dice qualcosa di molto più profondo. Ci racconta la storia di un territorio, delle sue trasformazioni sociali, economiche e culturali, e soprattutto ci mostra come la ’ndrangheta non sia stata soltanto un’organizzazione criminale, ma un vero sistema di potere radicato nella vita quotidiana.
L’archivio delle vittime raccolto dalla Diocesi di Locri-Gerace della Commissione Giustizia e Pace “don Giorgio Pratesi” (1996) rappresenta un documento straordinario non solo dal punto di vista storico, ma anche sociologico e umano1. Dietro ogni nome non c’è soltanto una morte violenta: c’è una famiglia, una comunità, un pezzo di società colpito. E osservando questi nomi nel loro insieme emergono dinamiche molto precise.
La prima evidenza riguarda il tempo. La violenza mafiosa nella Locride non è distribuita in modo uniforme. C’è una fase di forte concentrazione tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta. Gli anni 1987, 1988, 1989, 1990 e 1991 rappresentano con il 91,85%, chiaramente il punto massimo dell’escalation omicidiaria2. Questo non è casuale. È il periodo in cui la ’ndrangheta cambia natura. Non è più soltanto una mafia rurale legata ai sequestri di persona, al controllo del bestiame o alle faide locali. In quegli anni la ’ndrangheta entra pienamente nel narcotraffico internazionale, accumula enormi quantità di denaro, investe negli appalti, si collega ai mercati globali della cocaina e comincia a trasformarsi in una potenza economica internazionale.
E proprio perché aumenta la ricchezza, aumenta anche la violenza. Le guerre interne tra clan diventano lotte per il controllo di capitali, territori e reti criminali internazionali. La violenza diventa il linguaggio con cui si ridefiniscono gli equilibri di potere.
Ma un altro elemento fondamentale emerge dalla distribuzione geografica delle vittime. I Comuni che compaiono più frequentemente sono Siderno (45), Locri (43), San Luca (21), Bovalino (18), Bianco (17), Africo (13) e Platì e Motticella (11)3. E già questa geografia omicidiaria racconta molto. Da una parte troviamo la fascia jonica costiera, con centri commerciali e amministrativi dove la mafia si intreccia con l’economia, il commercio, gli appalti, le professioni. Dall’altra parte troviamo l’area aspromontana, il cuore storico delle cosche, dove dominano le logiche familiari, le faide, il controllo armato del territorio e la protezione dei latitanti.
La Locride appare così divisa in due dimensioni complementari della stessa mafia: una dimensione economica e una dimensione militare. La costa dei gelsomini, rappresenta il luogo degli affari; l’interno montano rappresenta il luogo del radicamento genealogico e del potere armato.
E qui emerge forse il dato più importante di tutti: la struttura familiare della ’ndrangheta. Nell’elenco delle vittime ritornano continuamente gli stessi cognomi: Morabito (6), Romeo (6), Strangio (5), Sergi (4), Commisso (4), Macrì (4), Giorgi (3), Mollica (3), Nirta (3), Strati (3). Questo ci dice che la ’ndrangheta non funziona come una semplice organizzazione criminale urbana. Funziona come un sistema clanico fondato sulla parentela. La famiglia biologica coincide spesso con la famiglia mafiosa. È il sangue a garantire fedeltà, silenzio, continuità generazionale.
Questo elemento spiega anche perché la ’ndrangheta sia riuscita a mantenere nel tempo una straordinaria capacità di sopravvivenza. Le cosche non sono soltanto gruppi criminali: sono reti familiari che attraversano generazioni, territori e relazioni sociali.
Ma osservando attentamente le vittime emerge anche un’altra verità fondamentale: la mafia non colpisce soltanto i mafiosi. Nell’elenco troviamo commercianti, agricoltori, forestali, insegnanti, medici, avvocati, dipendenti comunali, meccanici, pensionati, studenti, carabinieri, preti. Questo significa che la violenza mafiosa non riguarda solo il mondo criminale. Riguarda l’intera società4.
La ’ndrangheta esercita un controllo che è insieme economico, politico e sociale. Colpisce chi ostacola i suoi interessi, ma anche chi rappresenta un’autorità morale, professionale o simbolica. In questo senso la mafia non è separata dalla società: è immersa nella società, ne condiziona le relazioni economiche, il lavoro, la politica locale, perfino la vita quotidiana.
Anche l’analisi delle età è impressionante. La fascia più colpita è quella tra i venti e i quarantacinque anni: cioè il cuore produttivo della società. Ma nell’elenco compaiono anche ragazzi di tredici, quindici, sedici anni e anziani di ottanta o novant’anni5. Questo ci dice che la violenza mafiosa non è selettiva nel senso tradizionale del termine. Non elimina soltanto il “nemico”. Colpisce famiglie, simboli, relazioni. Colpisce per intimidire collettivamente.
La presenza delle donne è un altro dato significativo. Sebbene numericamente inferiori, le donne uccise mostrano come la violenza mafiosa investa anche la sfera familiare e simbolica. Colpire una donna significa spesso colpire l’onore, la continuità, la stabilità di una famiglia intera.
Tutto questo ci porta a una conclusione molto importante. La mafia nella Locride non può essere interpretata soltanto come criminalità organizzata. È stata, e in parte continua a essere, un sistema territoriale complesso. Un sistema capace di controllare:
- l’economia;
- il lavoro;
- le relazioni sociali;
- il consenso;
- la paura;
- la politica locale.
Ed è proprio questa capacità di radicamento sociale che rende la ’ndrangheta così diversa da molte altre organizzazioni criminali.
Ma accanto alla violenza c’è anche un altro elemento che emerge da questo elenco: la memoria. Restituire i nomi delle vittime significa sottrarle all’oblio. La mafia non produce soltanto morte. Produce anche silenzio, rimozione, paura collettiva. Per questo il lavoro degli archivi, della ricerca storica e della memoria civile è fondamentale.
Ricordare questi nomi non significa soltanto fare un esercizio commemorativo. Significa comprendere i meccanismi profondi attraverso cui il potere mafioso si costruisce e si mantiene. Significa capire che la mafia prospera quando diventa normale, quando viene percepita come inevitabile, quando il territorio si abitua alla sua presenza.
La storia della Locride ci insegna invece che ogni nome ricordato pubblicamente è già una forma di resistenza civile. Perché la memoria rompe il silenzio. E rompere il silenzio è il primo passo per contrastare il potere mafioso.
Note.
1 Parte dell’elenco è stato desunto da una ricerca del giornalista Filippo Praticò.
2 Anni ’70: 4 → 1,30%, anni ’80: 126 → 41,04%, anni ’90: 156 → 50,81%, anni 2000: 15 → 4,89%
3 Africo (13), Ardore (5), Benestare (8), Bianco (17), Bivongi (1), Bova (2), Bovalino (18), Brancaleone (1), Bruzzano (10), Camini (3), Canolo (4), Canberra (1), Caraffa del Bianco (3), Careri (3), Casignana (2), Caulonia (9), Ciminà (2), Condofuri (1), Corigliano Calabro (1), Ferruzzano (3), Gerace (3), Gioiosa Jonica (7), Grotteria (8), Locri (43), Mammola (7), Marina di Gioiosa Jonica (5), Martone (5), Monasterace (1), Motticella (11), Natile (5), Natile Vecchio (1), Placanica (1), Platì (11), Polsi (1), Riace (1), Roccella Jonica (7), Sant’Agata del Bianco (1), San Ilario dello Jonio (9), San Luca (21), Siderno (43), Siderno Superiore (2), Stilo (1), Tradate (1), Torino (3), Bologna (1), Milano (1), Toronto (1).
4 Agricoltori (8), Allevatori (4), Ambulanti (1), Appaltatori (1), Armieri (1), Autisti (2), Autisti ambulanza Locri (1), Autisti osp. Locri (1), Autotrasportatori (3), Avvocati (4), Bancari (1), Baristi (1), Benzinai (2), Bidelli (2), Boss narcotraffico (1), Braccianti agricoli (2), Cacciatori (1), Calciatori (1), Carabinieri (1), Cardiologi (1), Carpentieri (1), Carrozzieri (1), Casalinghe (4), Centralinisti comune Locri (1), Comandanti Stazione Carabinieri San Ferdinando (1), Commercialisti (2), Commercianti (15), Commercianti di bestiame (1), Concessionari auto (1), Contabili (1), Contadini(2), Cuochi (1), Custodi camping (1), Dipendenti comunali (1), Dipendenti Sip. (1), Direttori calcio Locri (1), Disoccupati (2), Economi di Polsi (1), Elettricisti (1), Ex assessori comunali (1), Ex carabinieri (1), Ex sindaci (1), Falegnami (1), Farmacisti (1), Figli del mago (1), Fiorai (1), Forestali (20), Fornai (1), Futuri carabinieri (1), Geometri (1), Geometri forestali (1), Gestori autorimessa (1), Immobiliaristi (1), Impiegate carcere Locri (1), Impiegati comune Platì (1), Impresari edili (1), Impresari oliari televisivi (1), Imprenditori (2), Imprenditori edili (1), Incensurati (2), Infermieri ( 1), Informatici scie. (1), Insegnanti (2), Invalidi (1), Invalidi F.S. (1), Latitanti (2), Macellai (5), Manovali (1), Meccanici (4), Muratori (2), Nomadi (2), Operai (2), Panettieri (1), Pastori (8), Pensionate (5), Pensionati (14), Portalettere (1), Pregiudicati (16), Preti (1) Primari osp. Locri (1), Proprietari bar (1), Ragionieri (1), Ristoratori (2), Segretari comunali (1), Semidetenuti (1), Studenti (5), Tabaccai (1), Titolari bar (1), Titolari sale giochi (1), Veterinari (1), Vigili urbani (1)
5 13 (2), 15 (1), 16 (5), 17 (1), 18 (4), 19 (3), 20 (4), 21 (8), 22 (9), 23 (8), 24 (4), 25 (5), 26 (4), 27 (10), 28 (4), 29 ( 3), 30 (9), 31 (8), 32 (8), 33 (1), 34 (9), 35 (5), 36 (7), 37 (13), 38 (8), 39 (12), 40 (10), 41 (7), 42 (9), 43 (4), 44 (8), 45 (4), 46 (5), 47 (4), 48 (8), 49 (2), 50 (3), 51 (9), 52 (4), 53 (2), 54 (2), 55 (1), 56 (4), 57 (2), 58 (4), 59 (4), 60 (4), 61 (6 ), 62 (2), 63 (2), 64 (1), 65 (2), 66 (1), 67 (2), 69 (2), 70 (3), 71 (4), 72 (1), 73 (1), 74 (2), 75 (1), 76 (3), 77 (2), 79 ( 1), 80 (1), 81 (1), 82 (3), 89 (2), 90 (1).
Considerazioni
L’analisi sulle vittime della mafia nella Locride tra il 1967 e il 2007 non è soltanto una ricostruzione storica: è una fotografia sociale di un territorio segnato per decenni dalla presenza pervasiva della ’ndrangheta. La prima considerazione che emerge riguarda infatti la profondità del radicamento mafioso. La violenza non appare episodica né marginale, ma strutturale, inserita stabilmente nella vita economica, familiare e politica della Locride.
Uno degli aspetti più significativi è la trasformazione storica della ’ndrangheta. Dall’analisi emerge chiaramente il passaggio da una mafia rurale, legata alle faide e ai sequestri di persona, a una mafia moderna e globalizzata, capace di inserirsi nei traffici internazionali della cocaina e nell’economia finanziaria. Questo cambiamento spiega anche l’intensificazione della violenza negli anni tra il 1987 e il 1991: la crescita economica delle cosche produce una competizione feroce per il controllo del territorio e dei nuovi mercati criminali.
Molto importante è anche il dato geografico. La distinzione tra fascia costiera e area aspromontana mostra come la ’ndrangheta abbia sviluppato una doppia natura: economica sulla costa, militare e familiare nell’interno montano. Questa complementarità ha reso l’organizzazione particolarmente resistente, perché capace di unire potere finanziario e controllo armato del territorio.
Un’altra riflessione centrale riguarda la struttura familiare delle cosche. La ripetizione degli stessi cognomi evidenzia come la ’ndrangheta non funzioni semplicemente come un’associazione criminale, ma come un sistema di parentela. La famiglia diventa il luogo della trasmissione del potere, della fedeltà e dell’omertà. Questo elemento ha garantito continuità generazionale e una straordinaria capacità di sopravvivenza storica.
Il documento smentisce inoltre una narrazione molto diffusa: quella secondo cui la violenza mafiosa riguarderebbe esclusivamente ambienti criminali. L’elenco delle professioni dimostra invece che le vittime appartengono a tutto il tessuto sociale: commercianti, forestali, studenti, pensionati, professionisti, lavoratori pubblici, religiosi. La mafia colpisce chi ostacola i suoi interessi, ma anche chi rappresenta un’autorità morale o civile alternativa al suo dominio.
Particolarmente drammatico è il dato anagrafico. La presenza di adolescenti e anziani tra le vittime dimostra che la violenza mafiosa non segue una logica “militare” tradizionale. La ’ndrangheta utilizza l’omicidio anche come strumento simbolico e intimidatorio, colpendo intere famiglie e comunità per diffondere paura e controllo sociale.
Di grande rilievo è anche il tema della memoria. Il documento assume un valore civile oltre che storico, perché restituisce identità alle vittime e rompe quel silenzio che spesso accompagna i fenomeni mafiosi. La memoria pubblica diventa così una forma di resistenza culturale: ricordare significa impedire che la violenza venga normalizzata o dimenticata.
Infine, il testo suggerisce una riflessione più ampia sul rapporto tra mafia e società. La ’ndrangheta prospera quando riesce a presentarsi come inevitabile, quando il territorio si abitua alla sua presenza e quando il silenzio prevale sulla denuncia. Per questo il contrasto alla mafia non può limitarsi all’azione repressiva dello Stato, ma deve coinvolgere scuola, cultura, associazionismo, Chiesa e società civile.
La relazione, nel suo insieme, mostra dunque come la storia delle vittime non sia soltanto la storia della morte, ma anche quella della resistenza civile di un territorio che, attraverso la memoria, cerca ancora oggi di liberarsi dal peso del dominio mafioso.
QUALI SOLUZIONI SI POSSONO PROGETTARE PER AFFRONTARE IL PROBLEMA DELLA MAFIA NELLA LOCRIDE?
Affrontare il problema della mafia nella Locride richiede un approccio lungo, integrato e realistico. La ’ndrangheta non è soltanto un’organizzazione criminale: è un sistema sociale, economico e culturale radicato nel territorio. Per questo motivo non basta la repressione giudiziaria, pur necessaria. Occorre costruire alternative concrete di legalità, lavoro, fiducia istituzionale e partecipazione civile.
1. Rafforzare scuola, cultura e memoria civile
La prima risposta deve essere educativa. La mafia cresce dove manca senso civico, dove il silenzio diventa normalità e dove i giovani non vedono alternative.
Sono fondamentali:
- percorsi permanenti di educazione alla legalità nelle scuole;
- studio della storia della ’ndrangheta locale;
- incontri con magistrati, giornalisti, familiari delle vittime;
- laboratori sulla cittadinanza attiva;
- recupero della memoria delle vittime attraverso archivi, musei e testimonianze.
La memoria pubblica rompe l’omertà e impedisce la normalizzazione della violenza.
2. Creare lavoro legale e sviluppo economico
La mafia prospera soprattutto dove esistono povertà, disoccupazione e dipendenza economica. Nella Locride servono investimenti strutturali in:
- turismo culturale e naturalistico;
- agricoltura di qualità;
- cooperative giovanili;
- artigianato locale;
- economia del mare;
- innovazione digitale e smart working;
- recupero dei borghi interni.
Molti giovani emigrano perché non trovano opportunità. Ogni giovane che lascia il territorio rappresenta anche una perdita di energie civili.
Lo Stato dovrebbe favorire:
- incentivi fiscali per imprese sane;
- accesso al credito protetto dall’usura;
- sostegno alle aziende che denunciano il racket;
- utilizzo sociale dei beni confiscati.
3. Rafforzare la presenza dello Stato
In molte aree la mafia sostituisce lo Stato perché appare più presente, veloce e concreta. Occorre:
- aumentare personale nelle forze dell’ordine e nei tribunali;
- migliorare la rapidità della giustizia;
- proteggere amministratori locali e testimoni;
- contrastare corruzione e infiltrazioni negli appalti;
- digitalizzare e rendere trasparenti gli enti pubblici.
La legalità deve essere percepita come efficace, non come astratta.
4 Colpire il potere economico della ’ndrangheta
Oggi la forza della mafia è soprattutto finanziaria. Bisogna:
- rafforzare controlli su appalti e flussi di denaro;
- monitorare riciclaggio e società fittizie;
- sequestrare rapidamente patrimoni mafiosi;
- creare banche dati integrate tra procure e forze investigative;
- collaborare a livello internazionale contro il narcotraffico.
La ’ndrangheta è globale: il contrasto deve essere globale.
5. Recuperare il ruolo delle comunità locali
La mafia domina quando le persone si sentono sole. Servono:
- associazioni territoriali forti;
- reti tra scuole, parrocchie e comuni;
- spazi pubblici per giovani;
- sport, arte e attività culturali;
- sostegno psicologico e sociale alle famiglie colpite dalla violenza.
Anche la Chiesa può avere un ruolo importante nel contrastare l’omertà e promuovere dignità e responsabilità collettiva.
6. Proteggere i giovani dal reclutamento mafioso
Molti ragazzi crescono in contesti dove la mafia appare normale o persino prestigiosa. È necessario:
- combattere dispersione scolastica;
- creare centri educativi e sportivi gratuiti;
- offrire borse di studio e percorsi professionali;
- sostenere famiglie fragili;
- promuovere esempi positivi di successo legale.
La vera sfida è culturale: sostituire il mito del potere mafioso con il valore della libertà personale.
7. Costruire una nuova narrazione della Locride
La Locride non può essere raccontata soltanto attraverso la mafia. È anche terra di cultura, storia magnogreca, paesaggio, spiritualità, accoglienza e resistenza civile.
Valorizzare:
- patrimonio archeologico;
- tradizioni locali;
- università e ricerca;
- turismo sostenibile;
- esperienze antimafia positive;
significa sottrarre simbolicamente il territorio al dominio mafioso.
Conclusione
La lotta alla mafia nella Locride non può essere delegata soltanto ai magistrati o alle forze dell’ordine.
È una sfida educativa, economica, culturale e politica.
La repressione è indispensabile, ma da sola non basta. La mafia perde forza quando:
- i cittadini hanno fiducia nelle istituzioni;
- i giovani trovano lavoro dignitoso;
- la memoria rompe il silenzio;
- la comunità smette di considerare la mafia inevitabile.
Il cambiamento richiede tempo, continuità e coraggio collettivo. Ma la storia dimostra che ogni territorio può reagire positivamente.