II DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA
Giovanni 20, 19-31
I discepoli si sono ritirati al riparo da possibili interventi dei Giudei nei loro confronti, e stanno con le porte chiuse in un luogo sicuro, forse proprio lo stesso dell’Ultima Cena…
“…Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro:
‘Pace a voi!’.
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco…”.
Il Risorto attraversa ogni porta chiusa, perché è colui davanti al quale, uscendo dal sepolcro, è rotolata via la pietra che ne sbarrava l’accesso – e ora è in mezzo a loro, sapendoli, oltre che impauriti, forse anche perplessi per l’annuncio di Maria di Magdala…
Essi hanno bisogno di pace, ed è questo il dono di Gesù, che conferma la sua reale identità mostrando loro le ferite della sua passione .
“Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi!”
Una parola sconvolgente, che in quel momento resta ancora incomprensibile – perché solo nel dono dello Spirito Santo essi potranno comprendere il senso di quella parola che li invia nel solco dello stesso suo invio ad opera del Padre.
Che cosa comporti questo invio, per ora essi non lo sanno – e spesso accade anche a noi di non esserne consapevoli…
Ma forse si tratta proprio di questo: essere inviati a riconoscerlo presente, nella nostra povera realtà umana così combattuta, proprio con quelle sue ferite che riceve dallo stare in mezzo a noi…
Tommaso era assente, e al suo ritorno i compagni gli riferiscono ogni cosa.
Ma egli non può credere che quel corpo ferito a morte sia tornato in vita – e del resto, chi lo crederebbe, senza vederlo?
“Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il mio dito nel segno dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo!”
Forse dovremmo interrogarci, noi che crediamo nella sua resurrezione: siamo in grado di riconoscerlo in mezzo a noi, vivente proprio nella realtà di quelle sue ferite che egli assume dalla durezza della nostra storia…?
“Venne Gesù a porte chiuse…
‘Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani, tendi la tua mano e mettila nel mio fianco, e non essere incredulo, ma credente’ “.
È accaduto a Tommaso quello che accade ad ogni creatura umana che crede in quella sua presenza viva, che porta su di sé, nelle sue ferite, non il dolore da lui patito, ma quello di ogni uomo che soffre.
“Mio Signore e mio Dio!”
L’invocazione di Tommaso è l’atto di adorazione di chi lo riconosce presente in un mondo che sembra averlo escluso, e che ignora la sua compassione per tutti…
“…Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! “
Eremo dell’Unità di Gerace