XIII domenica del Tempo Ordinario

(2Re 4,8-11.14-16a;  Sal 88 (89);  Rm 6,3-4,8-11;  Mt 10,37-42)

La donna sunamita sperimenta il detto di Gesù: “Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto” (Mt 10,41). Tanto più se teniamo conto del significato misterioso delle parole di Gesù, che potremmo spiegare così. Se si guarda a un uomo come a un giusto, si ha la possibilità di avere la ricompensa del giusto. La ragione è data dal fatto che Gesù si identifica con ogni uomo, suo fratello. Ogni benevolenza usata nei confronti di quell’uomo, egli la ritiene fatta a sé. E la ricompensa del giusto è quella di godere dell’intimità col proprio Signore. Così, quando un uomo si pone con benevolenza verso un altro uomo, gli offrisse pure un semplice bicchier d’acqua, ottiene due effetti straordinari: 1) sarà trattato come giusto dal Signore (i suoi peccati gli saranno perdonati); 2) e se fosse cattivo, nel tempo del giudizio, avrà una voce in suo favore e Dio ne terrà conto. È il principio di solidarietà con l’umanità che i santi hanno sempre insegnato. Ci si salva sulla base della benevolenza usata ai nostri fratelli, perché quella benevolenza onora la paternità di Dio.

Ciò che però colpisce nella proclamazione del brano evangelico di oggi è la radicalità esigita dal discepolo del regno: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me … Chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà …” (Mt 10,37-39). L’espressione suona ancora più potente se si tiene conto delle parole che precedono: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare…” (Mt 10,34). Il testo stesso dà forza al detto di Gesù con il verbo ‘gettare’: gettare pace, gettare spada. Espressione inusuale anche al tempo di Gesù, quindi particolarmente significativa sulla sua bocca. Anche Luca riporta lo stesso detto unendolo all’immagine del fuoco: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!… Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Lc 12,49.51). E anche Luca usa il verbo ‘gettare’.

Per Gesù la scelta è chiara: chi fa la volontà del Padre mio, questi è madre, fratello e sorella per me. Quando racconta le parabole del regno, la sottolineatura evidente è: entrare nella familiarità con Gesù significa stabilire un legame ancora più forte dei legami di sangue. È il mistero dell’alleanza svelato nelle sue radici di intimità che portano pienezza al cuore dell’uomo, tanto che non si resterà più chiusi nella cerchia della propria parentela, ma si accoglierà ogni uomo nella parentela con il Figlio di Dio.

Gesù non teme di spaventare i suoi discepoli e dichiara loro apertamente: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,38.39). Dopo aver ricordato loro che saranno perseguitati, che lui non è venuto a portare pace sulla terra ma spada e che la fede in lui sopravanza l’amore per i propri cari, Gesù esorta: “chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me” (Mt 10,38). In un’altra occasione l’evangelista riporta la stessa espressione, quando, a Cesarea, Gesù decide di rivelare la sua prossima passione e redarguisce l’apostolo per aver pensato in termini mondani: “Va’ dietro a me, Satana!”, allargando a tutti l’ammonizione: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua” (Mt 16,23-24). Mentre Luca ricorda l’ingiunzione di Gesù a portare la croce come la firma alla parabola del saper calcolare se si hanno i mezzi sufficienti a costruire una torre e quella sull’invito a ricercare l’ultimo posto come espressione di sapienza evangelica. La sequela di Gesù comporta una prospettiva di vita, non semplicemente un’emozione o un entusiasmo del momento.

In ogni caso, il prendere la croce ha a che fare con il voler essere discepolo di Gesù, con il voler stare dove lui sta, con l’andare dove lui va. Non si tratta di pazientare con la propria croce, ma di cogliere il segreto che regge questo invito: cosa cerchi? Per quale tesoro ti angosci? Si tratta di cogliere la promessa che sta racchiusa in ogni parola di Gesù: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo” (Mt 25,34). Il prendere la croce vuol dire portare ogni cosa in vista di godere di quel regno, non nell’attesa del regno che verrà, ma del regno che è davanti a noi, che è alla nostra portata, perché Gesù ce lo apre. Così il discepolo rinuncia a tutti i beni, non nel senso che non ne gode, ma nel senso che non li preferisce all’amore di Gesù, nel senso che non ne fa motivo di ira e tristezza se gli vengono tolti, pur di custodirsi nella sequela di Gesù. Senza percepire però la verità e l’emozione interiore della promessa del regno non sarà facile prendere la propria croce e andar dietro Gesù.

È proprio riferendosi alla promessa del regno che si può comprendere l’immagine della spada che Gesù dice di essere venuto a gettare. Nella lettera agli Ebrei la parola di Dio è paragonata a una spada a doppio taglio: “Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Ecco la divisione, la separazione che Gesù provoca: il cuore può distinguere ciò che si riferisce al regno e che risponde alla sua dignità di figlio di Dio da ciò che lo rinchiude in un movimento di interessi, per quanto nobili o dietro steccati che ne limitano l’azione o ne indeboliscono la potenza.

San Paolo, per riassumere questa sapienza evangelica, non troverà di meglio che definirla così: “La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio … Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1Cor 1,18.25). Tanto da poter dire di sé: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). Da intendere: nel mondo non c’è nulla da preferire all’amore di Gesù e in me non c’è nulla che può essere portato a compimento se disattende l’amore di Gesù.

Fratelli Contemplativi di Gesù