SECONDA DOMENICA DI PASQUA  (Gv 20,19-31)

“Mio Signore e mio Dio!”

I discepoli si sono ritirati, a porte chiuse, in un luogo che spesso viene identificato con la stanza dell’ultima cena.

 Ricordiamo che Gesù, nel suo ingresso a Gerusalemme, venne accolto con i discepoli da qualcuno che già conosceva il Maestro, perché potesse celebrare da lui la cena pasquale secondo la tradizione ebraica. 

Forse ora quella stanza è rimasta l’unico luogo sicuro per i discepoli, disorientati e timorosi nei confronti dei Giudei.

” Venne Gesù, stette in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’. Detto questo, mostrò  loro le mani e il costato…”

Per Lui, quelle porte chiuse non sono un ostacolo invalicabile…

Consapevole dello smarrimento dei discepoli, mostra loro le sue piaghe perché lo riconoscano. 

“Pace a voi!”: perché il nostro cuore si apra alla novità di quella presenza che non si impone, ma si affida come rivelazione di un evento che, incomprensibile secondo la ragione umana, chiede di essere accolto come puro dono.

Ma vi era un assente: Tommaso. E Gesù ritorna per lui, perché anche Tommaso è  chiamato con gli altri per essere testimone di come, proprio quelle stesse ferite mortali, siano le porte aperte della Vita che sgorga dalla Sorgente e, a partire da esse, si effonde verso tutti attraverso coloro che credono…

“Mio Signore e mio Dio!”. 

Ecco l’unica  parola che come è accaduto a Tommaso, fa di noi il segno di quelle porte che, aprendosi, hanno accolto la luce della Vita, e ne saranno testimoni nel mondo…

Eremo dell’Unità – Gerace