Proponiamo un prezioso lavoro del Professore Giovanni Tridente, docente della Pontificia Facoltà della Santa Croce. Dalla provocazione del titolo del mio libro “Anima digitale” a quale “visione dell’uomo” ci si attende nel contesto degli sviluppi dell’IA, con un focus sul pensiero di Benedetto XVI in questo ambito.

L’anima può essere digitale?

Spesso parlando in giro del mio libro dedicato alla riflessione della Chiesa sull’Intelligenza Artificiale mi domandano da dove sia nata l’idea del titolo Anima digitaleIstintivamente rispondo che come tutte le iniziative editoriali di questo tipo, esso rappresenta una sorta di provocazione.

Infatti, non esiste un’anima che possa convertirsi in qualcosa di digitale e non esiste un digitale che possa avere effettivamente un’anima. Ma la lettura che va fatta riguarda proprio questi due contesti. Da una parte, vogliamo riflettere sul fatto che c’è bisogno di mettere l’anima anche in questo ambito ormai così pervasivo della nostra storia e delle nostre vite, e l’unico che può “immetterla” davvero è l’essere umano.

Pertanto, la lettura giusta potrebbe essere: possiamo dotare il digitale di un’anima? Possiamo fare in modo che esso non sia nocivo per l’uomo (unico dotato di anima) ma piuttosto ne diventi un fedele compagno che gli risolve problemi più che crearglieli? Ha senso essere presenti – come uomini – in queste sfide, ha senso fornire il nostro parere nella fase di costruzione degli artefatti?

Ecco, da qui partono le domande e il libro che ho scritto prova a individuare delle risposte.

Che posizione ha assunto la Chiesa?

Dopotutto, ogni invenzione umana ha sempre rappresentato nella storia uno spartiacque importante per il futuro sviluppo dell’umanità e ha sempre registrato, da una parte, le reazioni pessimiste di chi ne temeva drastiche conseguenze e, dall’altra, l’eccessivo ottimismo di chi guardava soltanto all’aspetto funzionale di ogni scoperta.

La Chiesa, da parte sua, con i suoi tempi, con la sua saggezza, con la sua conoscenza del passato e alimentata da una visione spirituale di fede, si è posta invece in una posizione terza, di prudenza ma anche di speranza, prendendosi il giusto tempo per analizzare fino in fondo le conseguenze estreme di ogni innovazione.

Lo fa non per paura o per indifferenza, ma proprio perché ci tiene veramente alla persona umana e deve preservarla da eventuali rischi e pericoli. Lo stesso è accaduto e sta accadendo con l’Intelligenza Artificiale e con tutto ciò che ne consegue in termini di impatto sulle vite delle persone.

La stampa cattolica, in particolare La Civiltà Cattolica che è il mezzo che ho analizzato le libro, da almeno cinquant’anni ha iniziato a parlare di questi temi, e lo ha fatto nella prospettiva di valorizzarne tutta la spinta di bene che essi apportano all’uomo e alla società. Tra i pionieri di questa riflessione non si può non citare il gesuita Roberto Busa, che ho giustamente ricordato nel libro.

Cosa ne pensava Benedetto XVI?

Nella mia rassegna di pronunciamenti papali sui temi dell’IA c’è un solo testo attribuibile a Benedetto XVI. Ma qui va fatta una precisazione di fondo. I termini che ho cercato per l’analisi hanno riguardato i concetti di “robotica” e “intelligenza artificiale”, che anche se sono due ambiti totalmente diversi, negli ultimi decenni del secolo scorso – regnante Giovanni Paolo II – erano quasi intesi come sinonimi in ambito ecclesiale. Ecco perché si trovano comunque diversi pronunciamenti del pontefice polacco.

Benedetto XVI si trova a cavallo di un periodo in cui la riflessione degli organismi vaticani stava appena iniziando a moltiplicarsi seguendo anche l’evoluzione che si registrava nella società in maniera accelerata, cosa che è avvenuta di fatto soltanto nell’ultimo decennio. Non a caso i testi riferibili poi a Papa Francesco sono quelli più numerosi.

Tornando a Benedetto XVI, l’intervento individuato risale al 21 ottobre 2006, qualche mese dopo l’inizio del suo pontificato e riguarda la visita alla Pontificia Università Lateranense a Roma per l’inizio dell’anno accademico.

Nel suo discorso Ratzinger affronta il tema “della crisi di cultura e di identità” che caratterizza l’epoca contemporanea e riconosce le Università quali “uno dei luoghi più qualificati per tentare di trovare le strade opportune per uscire da questa situazione”. Come si vede, un monito imprescindibile che ha poi riguardato anche la mia scelta di occuparmi di questi argomenti in quanto studioso universitario.

Riferendosi espressamente all’“intelligenza artificiale”, Ratzinger accenna al rischio che il contesto contemporaneo diventi “succube della tecnica sperimentale”, dimenticando che il compito della scienza è quello di “salvaguardare l’uomo e promuovere la sua tensione verso il bene autentico”.

Si tratta di mantenere un equilibrio affinché ogni esistenza abbia “un solido fondamento e una valida finalità”, oltre a puntare a “una visione più profonda” della vita. Non bisogna, insomma, inseguire il mito della libertà a tutti i costi senza pensare anche alle conseguenze delle nostre azioni.

E la domanda etica?

La domanda, e la risposta etica, è proprio ciò che sta più a cuore alla Chiesa, ai pontefici, alle accademie pontificie che vi hanno dedicato diversi congressi per riflettervi e per trarne dei principi da condividere con la società intera.

Lo stesso è avvenuto con la Rome Call for AI Ethicspromossa nel 2020 dalla Pontificia Accademia per la Vita. L’iniziativa è stata presentata come espressione della consapevolezza circa l’uso, il significato e l’impatto etico delle tecnologie, dato che si tratta di un settore che coinvolge l’intera famiglia umana.

Disponibile in inglese, viene indicata come un “documento di impegni condivisi” attraverso il quale stimolare il senso di responsabilità di organizzazioni, governi, istituzioni e settore privato per un futuro in cui i progressi tecnologici e l’innovazione digitale siano al servizio del “genio umano” e della creatività, senza per questo provocarne una graduale sostituzione.

Quale “visione dell’uomo”

Pertanto, quando nel libro parlo di “visione dell’uomo” mi riferisco alla domanda su quale tipo di società intendiamo consegnare alle future generazioni. Se una società schiava delle tecnologie, che non prende consapevolezza della sua autonomia e della capacità di governarla.

Oppure una società che, al contrario, ha come unica condizione imprescindibile la salvaguardia del “bene comune” e di ciò che deve essere al servizio dell’uomo e non piuttosto servirsene, manipolandolo e schiavizzandolo.

In sintesi, come “visione dell’uomo” vanno intese le prerogative che l’essere umano si riserva per essere lui il gestore ultimo dell’uso che si possa e si debba fare di queste innovazioni.

La necessità della Regolamentazione

Qui subentra la necessità di regolamentare questo sviluppo avanzato. Fermo restando che il tema della regolamentazione di tutto ciò che attiene al vissuto sociale dell’essere umano è un qualcosa che, da una parte, espone alla percezione di venire limitati nella propria libertà; dall’altra, potrebbe comunque causare dei freni all’innovazione e allo sviluppo se intesa – ad opera dei cosiddetti organi garanti – in maniera assolutamente coercitiva.

Eppure, di fronte a scoperte che hanno forti incidenze e inevitabili conseguenze sull’uomo, sulla sua autonomia, libertà o specifiche “prerogative”, risultando al tempo stesso ancora indeterminate per quanto attiene al loro completo sviluppo e alle loro definitive applicazioni, si rende necessario definire dei paletti entro cui queste innovazioni possano muoversi.

Tutto ciò non può venire dal singolo individuo o dal mondo scientifico che specula sulle scoperte o ancora dalla singola azienda che ne produce gli artefatti. Gli unici in grado di commissionare, organizzare e definire regole di “buona innovazione” sono gli Stati od organizzazioni tra Stati, che hanno la possibilità di valutare ad ampio raggio gli effetti, che poi si traducono in fattore economico, di questi nuovi sistemi.

Nel caso dell’IA sta accadendo lo stesso, e ciò almeno a partire dal 2019, quando si è fatta più diffusa in seno agli Stati OCSE la domanda di prevenire abusi o conseguenze nefaste da parte di macchine che hanno cominciato ad acquisire una certa “autonomia”, oltre al più generale impatto economico che stanno causando al mondo del lavoro.

*Giovanni Tridente

Docente Pontificia Università della Santa Croce